Sommelier in Sicilia, intervista a Maria Antonietta Pioppo

Sommelier in Sicilia, intervista a Maria Antonietta Pioppo

Sommelier in Sicilia, intervista a Maria Antonietta Pioppo

Sommelier si nasce o si diventa?
Nel mio caso risponderei senza indugio: si nasce. Perché il mio percorso, iniziato ben sedici anni fa, non può prescindere dal mio imprinting familiare. Mio nonno infatti possiede dei vigneti in contrada Casabella, in una zona limitrofa alla Tenuta Regaleali. Sin dalla tenera età assistevo alla vendemmia e i miei genitori mi raccontano che a un anno sapevo pronunciare la parola “vinacciolo” e sapevo cosa fosse.
Dopo quasi vent’anni, mentre frequentavo l’Università, vengo attratta dal “fantastico” corso per sommelier e decido di iscrivermi. Finisco i tre livelli e prendo il diploma. Ero la più giovane e una delle poche, anzi pochissime donne che erano riuscite a concludere il percorso. Presa dall’entusiasmo cerco subito di inserirmi nel mondo del lavoro ma per vari motivi era sempre molto difficile. Erano i primi anni duemila, la figura del sommelier da Roma in giù quasi non esisteva e la cultura del vino faceva parte solo di una élite. Io non demordevo e ho sempre creduto di poter fare qualcosa in questo settore.

Così, dopo la laurea e a distanza di qualche anno dal diploma, decido di iscrivermi a un concorso: Charme Sommelier. Con grande soddisfazione vinco la semifinale aggiudicandomi il premio della stampa. Partii per la finale che si svolgeva a Rolle, in provincia di Treviso. Ricordo ancora quel giorno come se fosse ieri… l’emozione mia e di mio padre che ha avuto il piacere di accompagnarmi, l’impegno e la felicità di arrivare seconda con uno scarto di soli quattro voti con una collega veneta e poi, l’inizio di tante esperienze meravigliose che solo il vino può regalare.

Dalla collaborazione con Cronache di Gusto, giornale di enogastronomia, grazie alla quale divento giornalista e poi la collaborazione con le guide vini, per arrivare alla rubrica settimanale su Repubblica Palermo. Negli anni c’è tanto studio, impegno, viaggi nei vari territori del vino e un diploma di Sommelier Wine Master. Le conoscenze di produttori, enologi, cantinieri, colleghi e tutte le persone che lavorano in questo settore e lo amano come me, mi hanno dato occasione di approfondire le conoscenze sui vitigni.

Foto di Giovanna Caruso

Della Sicilia vorrei citarne uno che rischiava l’estinzione e che vanta origini antichissime: il Perricone o Pignatello. Si tratta di un vitigno caratterizzato da una maturazione tardiva che lo espone al rischio di malattie fito sanitarie e per questo venne abbandonato in favore di altre varietà. Alla fine dell’Ottocento, conosciuto con il sinonimo di Pignatello, veniva coltivato in provincia di Trapani e di Palermo e usato sia per la produzione del Marsala Rubino sia, insieme ad altre varietà come il Nero d’Avola, per produzione dei grandi rossi. La sua riscoperta e la sua valorizzazione è relativamente recente; oggi, fortunatamente, ci sono più di venti cantine che hanno deciso di realizzare vini con il Perricone in purezza.
Carattere deciso, non paragonabile con altre varietà a bacca nera. Sentori vegetali e un fruttato che rimanda alla prugna. Tannino ben delineato che ben si alterna con gli altri componenti. Ottimo con il capone al forno o in umido servito con pomodori, capperi e olive nere.

Contributo raccolto a cura di Camilla Guiggi, giornalista e Donna del Vino

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