Il vino in Tunisia: le donne raccontano

Il vino in Tunisia: le donne raccontano

Il vino in Tunisia: le donne raccontano

Calatrasi-Neferis, un matrimonio italo-tunisino

Tunisia, il lago di Tunisi

Tunisia, il lago di Tunisi

La storia, l’esperienza e la testimonianza di Samia Benali, unica enologa donna tunisina
L’azienda, come accade in Tunisia dopo la nazionalizzazione delle terre, è in affitto ed è vincolata al rilancio voluto dal Governo a partire dal 2000 con la mise en valeur des domaine per ringiovanire i vigneti e mantenere uno standard elevato. Neferis, nel villaggio di Beni ‘Aïach, vicino Grombalia, a sud est di Tunisi, si estende su 430 ettari di cui 220 coltivati a vigneto e una parte ad uliveto. Le due attività sono considerate incompatibili e le olive vengono vendute direttamente sull’albero. E’ una joint venture tra la Calatrasi di Maurizio Micciché, azienda di San Cipirrello, a 30 minuti di strada da Palermo al 66% e di Mohamed Ben Cheikh al 34%, tunisino d’Italia per la doppia cittadinanza. Vive a Roma da 30 anni, dove ha sposato un’italiana, con i suoi due figli; mentre il direttore è un libanese residente in Italia, Charbel Bekha. Insomma un’azienda multiculturale anche per la scelta delle persone. Al centro del podere un bel casale che forse in parte diventerà una sorta di bed&breakfast e ricorda certe ville della campagna siciliana primi Novecento. La vendemmia 2013, ai primi di agosto, durata un mese e mezzo, ha dato una buona annata per i bianchi mentre i rossi a causa delle piogge potrebbero avere qualche problema. La produzione si avvale al 50% delle proprie uve e di un 50% che acquista da altri produttori. Attualmente produce il Selian (che vinificato in bianco totalizza il 30% delle vendite) e il Magnifique, in rosso, bianco e rosé per la fascia alta; e lo Château des Fleurs e Terralle per il segmento medio, sempre nelle tre versioni. Le ultime prove sono il Magnifique riserva rosso e un passito sempre rosso, Domaine Neferis da vendemmia tardiva. Normalmente il consumo tunisino è ripartito al 60% sul rosso, al 30% sul bianco e il restante 10% sul rosé; ma l’azienda è sbilanciata sui bianchi tra il 50 e il 60%. La scelta che ha escluso praticamente fin dall’inizio il livello mass market, si sta orientando sempre più sulla ricerca e sulla qualità per un cliente che in Tunisia è considerato raffinato, tanto che se ancora non esiste qui la cultura del vino biologico, in ogni caso il vino di quest’azienda non prevede nessuna aggiunta di additivi. “Non dobbiamo dimenticare – dice Samia ed è questa la sua filosofia enologica – che il vino è succo d’uva e non dobbiamo dimenticarne il gusto per far prevalere i sentori del legno e delle speziature forzate che rispondono alle mode”. Il vino che ha amato di più? “Il 2007 per i rossi, mentre il bianco in generale è sempre stato valido e comunque il cliente non deve accorgersi dell’annata come di un limite. E’ questo il nostro sforzo, garantire sempre la qualità, la stessa”. In ogni caso tutti i vini dell’azienda sono classificati come AOC, Sidi Salem.

La voix de Samia Benali

Ilaria Guidantoni e l'enologa Samia Benali

Ilaria Guidantoni e l’enologa Samia Benali

Il vino per Samia è stato un innamoramento, un po’ il caso di un incontro che lei ha scelto di vivere senza farsi troppe domande ma è anche parte della sua storia.
E’ nata e cresciuta nel centro di Tunisi, nel cuore dell’Avenue Bourguiba, verso el-bâb el-bakhri, la porta del mare come la chiamano i tunisini, o la porte de France com’è più conosciuta, all’ingresso della Medina vecchia. Le sue radici sono altrove e in qualche modo affondano nella cultura della vite. Il padre è delle isole Kerkhenna dove Samia da bambina passava le vacanze estive, al mare dai nonni. E’ un territorio che vive di palme, fichi e uva e il nonno, proprietario terriero, vendemmiava. Per lei è un gioco con il quale cresce e vede la nonna che fa insieme alle conserve il ‘asïr, il succo d’uva, un vino che oggi giudica poco bevibile, per il piacere della casa, una tradizione locale. La mamma invece è di Thibar, vicino a Beja, oggi sede di una AOC (appélation d’origine contrôlée secondo il sistema delle doc francesi) dove lei ricorda il convento dei Pères blancs che avevano un domaine dove si produceva vino. Insomma in famiglia il vino non è mai stato un tabou. “Quand’ero piccola ricordo – ci racconta – che a Thibar si viveva tutti insieme, ebrei, cristiani e musulmani, e si festeggiavano le reciproche feste religiose, in modo del tutto naturale. La Tunisia è questo, un crogiuolo di popoli diversi da sempre”. Samia è l’unica donna enologa che esercita il mestiere di sommelier in Tunisia. Ci racconta che c’è anche una donna, spagnola però, e un’altra tunisina ma insegna e non svolge la professione. In ogni caso non ha nessun contatto con loro. “Stavo frequentando l’Università di Tunisi per conseguire il Diploma in scienze agro-alimentari e dovevo preparare la mia tesi. Tutti si erano buttati su olio e conserve e io volevo fare qualcosa di originale e mi sono detta: perché non il vino? Tutti mi hanno detto ‘sei pazza’ ma io non ho dato peso alle chiacchiere ed eccomi qui. La tesi prevedeva uno stage tematico. Mi sono occupata di microbiologia del vino e contaminazioni nell’imbottigliamento dopo l’uso dei filtri di sterilizzazione. Un argomento estremamente noioso. Dopo lo stage all’Union Centrale des Coopératives des Viticoles (la più grande del paese, pubblica) ho capito che il vino era la mia strada ma volevo stare in cantina e non in laboratorio”.

Così resta otto mesi a casa rifiutando varie offerte di lavoro, finché arriva l’incontro fortunato con Mohamed Ben Cheikh, oggi socio (al 34% come persona fisica) di Maurizio Micciché, l’azienda siciliana di San Cipirrello (a 30 minuti da Palermo) proprietaria al 66% dell’azienda SMVDA Domaine Neferis per la quale lavora. “Ho incontrato Micciché – lo ricordo come fosse oggi – il 30 marzo del 2001 alle cinque del pomeriggio a Tunisi, nel suo ufficio. Siamo rimasti a parlare per quasi tre ore e credo che il mio entusiasmo e il fatto che parlassi italiano e amassi così tanto l’Italia lo abbiano conquistato. Mi ha chiesto solo di migliorare l’inglese perché allora in azienda c’era una wine maker australiana dalla quale ho imparato molto.”
Sono cambiate molte cose dopo il 2011? “Sì, e proprio le istituzioni italiane in Tunisia mi hanno invitato ad essere prudente, in certi casi anche a pensare di rinunciare a questo mestiere ma è la mia vita. In effetti in tutti questi anni non ho mai avuto reali problemi”.

In effetti, se di Samia mi avevano già parlato in tanti, sono tutte voci italiane mentre fra i tunisini lei stessa confessa che dipende dalle persone con le quali si trova e “ci sono sempre le solite fastidiose repliques da sopportare”. All’inizio i timori ci sono stati anche, quando giovane e alla moda ha cominciato a lavorare in campagna con una squadra di operai però veri problemi non ce ne sono stati: il clima da guardingo, è diventato quello di una famiglia.
Ci sono anche delle donne in azienda, una ragazza nel commerciale mentre le raccoglitrici di uva che controllano poi l’etichettatura delle bottiglie sono tutte donne, velate, con i loro bei foulard colorati a fiori, spesso annodati dietro al modo che si usava nelle nostre campagne qualche decennio fa. “Sono più attente e brave degli uomini, ci confida Samia, e soprattutto riescono a mantenere l’attenzione, a scegliere il grappolo giusto, scartare quello rovinato o acerbo, per lungo tempo. Gli uomini dopo un po’ si distraggono”.
Ma queste donne tradizionali non sentono il disagio di lavorare con uno strumento del peccato? “Per loro è un lavoro come un altro e in fondo è un mestiere agricolo. Però qualcosa sta cambiando e molte si chiedono se sia harâm (proibito)”.

Ma tu bevi? “Sul lavoro assaggio e sputo; fuori da qui sono curiosa ma per conoscere. Non sono una grande bevitrice. Quando esco con gli amici sono sempre io che guido, mentre come ti sarai accorta in Tunisia si beve molto, spesso senza gusto. Si beve nelle classi alte perché fa chic, tra i giovani e le persone più semplici per sballare”.
E chi lavora in azienda come si comporta? “Le donne non bevono, mentre gli uomini dipende. In Tunisia c’è stata grande apertura anche se restiamo un paese arabizzato” e lo sottolinea come molti tunisini per dire che non sono da sempre musulmani.

Continua alla pagina 4

2 Comments
  • Sami Trimeche

    la Tunisie est une mosaïque de terroirs qui s’expriment admirablement , entre autres , dans des vins divins … reste le coté faiseur de vin , surtout dans sa courte histoire , la Tunisie n’a pas vue beaucoup de femmes œnologues , j’ai voulu m’incliner devant la communion que réussie Samia Ben Ali entre ce terroir millénaire et son doigtée magique

    13 luglio 2016 at 21:22

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